Si fa presto a dire "esperienza"
Si fa presto a dire esperienza. Ognuno di noi la vive, la compie, la contestualizza, la decodifica, la rende fruibile.
Ma cosa facciamo, quando “facciamo esperienza”?
Innanzitutto compiamo atti, anche ripetutamente. Ma non possiamo concepire l’esperienza solo nella ripetizione di gesti, comportamenti, modi di pensare noti e collaudati.
L’esperienza segna invece uno scarto, scaturisce dalla rottura dell’abitudine e dalla routine, comincia ad essere quando “i conti non tornano”, il dubbio si fa strada e siamo chiamati a cercare strade nuove. In questo caso esercitiamo potere nei confronti del mondo, ed esprimiamo noi stessi, la nostra intenzionalità, avanziamo nell’ex-pe-ri-re, nell’andare cioè attraverso la situazione.
In questi casi non abbiamo esperienza, ma la dobbiamo fare, costruire.
Cerchiamo di dare forma a qualcosa che per noi non esiste, non è conosciuto o è, sempre per noi, originale.
In questo senso si può dire che l’esperienza è essenzialmente personale, cioè creazione del soggetto che può, esercita potere.
In questa dimensione di intenzionalità e potere si situa anche lo scarto rilevante tra “fare e “fare esperienza”. Facendo esperienza, infatti, il soggetto cerca di attribuire un senso al proprio fare e lo trasforma in azione, che è strettamente connessa all’esperienza.
L'esperienza è dinamica , si fonda sul continuo movimento e richiede disponibilità al movimento anche da parte di chi la "fa".
Il "fare esperienza" muove il nostro corpo, la nostra mente, le nostre emozioni, i nostri sentimenti,non riusciamo ad immaginare un soggetto immobile in una situazione esperienziale. I movimenti dell'esperienza non sono, però, meccanici e collegati da snodi casuali diretti. Si genera piuttosto un flusso continuo contraddistinto da varietà di ritmi e d'intensità, da sospensioni, da accelerazioni e rallentamenti.
Allo stesso modo, l'apprendimento dell'esperienza da un lato irrompe la regolarità e l'abitudine della vita quotidiana e , dall'altra, ricerca un senso lottando contro la sensazione d'inutilità che spesso cogliamo in essa.
Alla dinamicità dell'esperienza , sottoposta a continue mutazioni, corrispondono movimenti del soggetto che la vive e cerca, attraverso di essa, d'imparare. Muovendosi nell'esperienza, egli tenta di stabilire un rapporto con il mondo , non subisce, cioè, passivamente i fatti e gli accadimenti che il mondo gli presenta ma, con diversi livelli di consapevolezza e intenzionalità, egli agisce nei confronti del mondo distinguendosi da esso e affermandosi come soggetto teso all'autonomia.
Tra i numerosi movimenti d'apprendimento che compiamo, possiamo considerarne quattro che definiamo fondamentali, in quanto necessari e costitutivi del processo dinamico dell'imparare dell'esperienza: il notare, il trasformare,il dirigere e il generare.
Notare
Si tratta di un movimento che permette al soggetto di entrare in contatto attivo con il mondo. In questo senso, costituisce un movimento del soggetto verso l'esterno, un affacciarsi e un aprirsi al mondo. Quando diciamo di essere ricettivi ci riferiamo ad una disposizione non passiva, ma attenta, attiva e intraprendente.
Il soggetto che si dispone dall'apprendimento dell'esperienza "si accorge" in modo autoriflessivo di sé in rapporto al mondo, si coglie come distinto ma influenzato e a sua volta influenzante;egli coglie come il proprio comportamento, lo sguardo, il modo di sentire gli permettano di scorgere alcuni aspetti della realtà piuttosto di altri, comincia a notare segnali relativi alla propria visione della realtà stessa.
Il notare produce effetti sul mondo, giacché posa su di esso lo sguardo , esprime interessi, pensieri,sentimenti ma, al tempo stesso, influisce sul soggetto in apprendimento, facendo emergere gli elementi impliciti di sensibilità.
Quando notiamo un segnale, una nostra reazione emotiva,un'immagine che associamo alla realtà che abbiamo dinanzi, un pensiero, un frammento di pensiero,allora stiamo esprimendo capacità sensibile di aprirci al mondo; significa che è in atto un processo, non lineare ma dinamico,di sviluppo della coscienza del soggetto che apprende. Ciò che inconscio,implicito e non conosciuto sta affiorando alla superficie della nostra consapevolezza, in modo tale che almeno ne possiamo cogliere la presenza, notarla, nel senso di non lasciarsela sfuggire ma, "prenderne nota", fermarla fissando quello specifico ricordo, quello stato d'animo determinato.
Pur nel quadro di una spontaneità che connota, in generale, i movimenti dell'apprendimento esperienziale, è però possibile anche sviluppare capacità di notare, assumere come abitudine la disposizione ad affacciarci con attenzione al mondo, cogliendone i dettagli e i tratti anche meno evidenti.
Il movimento del notare è spesso compito in connessione con il movimento del trasformare.
Trasformare
Il trasformare è un movimento (meglio, un complesso di movimenti cognitivi,emotivi,relazionali e pratici) con il quale viviamo l'esperienza, la facciamo, cioè produciamo qualcosa - in noi e nel mondo - che è il risultato di trasformazioni interne.
Infatti il soggetto che apprende dall'esperienza, mentre modifica la realtà esterna, trasforma se stesso,i propri modi di pensare, di comportarsi, sentire: dopo aver vissuto un'esperienza, non siamo più uguali a prima.
In questo senso la trasformazione è movimento rivolto verso l'interno, attraverso di esso il soggetto dispone diversamente, riformula, ristruttura propri modo di pensare, di agire, di vivere.
La trasformazione dà forma ad idee, comportamenti e valori.
Pare importante la sottolineatura di Mezirow relativa al fatto che, in un apprendimento esperienziale, tali apprendimenti assumono forme di metafore e immagini, piuttosto che di concetti astratti.
La trasformazione in tale senso è poetica e pratica, manipola la realtà sotto forma di immagini che ne suggeriscono e ne sintetizzano il senso,evocano emozioni.
Essa procede per associazioni d'immagini, concatenazioni non lineari.
Apprendere dall'esperienza, trasformandola, implica di rivivere la stessa esperienza più e più volte e ciò può avvenire non tanto attraverso analisi e riflessioni astratte, quanto grazie e a nuove situazioni alle quali si associano ricordi, emozioni.
In questo senso la trasformazione è un modo di rivivere l'esperienza.
E' propensione emozionale, corporea che richiede di essere coltivata, ripetuta come abitudine per non trascurare e rischiare di disperdere i preziosi materiali emersi dall'aver vissuto i fatti. Come avviene in ogni racconto, sogno o rappresentazione artistica, il fatto iniziale viene trasformato e assume nuove forme.
La nostra disponibilità a fare esperienze o trasformare quelle fatte,accettando di vivere situazioni analoghe a quelle vissute in precedenza, è fortemente condizionata dalla qualità delle esperienze fatte in precedenza e dai significati che ad esse abbiamo assegnato.
Mezirow usa l'espressione “schema di riferimento” per indicare questa cornice che svolge funzione di criterio selettivo nei confronti delle esperienze e afferma che
" noi tendiamo ad accettare e integrare le esperienze che rispondono bene al nostro schema di riferimento, e a rifiutare quelle che non vi si adattano.
Tale attribuzione di significato è fortemente influenzata , quindi, dal nostro repertorio esperienziale, dai significati precedentemente elaborati e dai modi con i quali – in passato- siamo stati capaci di trasformare i fatti in esperienze.
Come primo atto per creare condizioni di apprendimento dovremmo quindi considerare la qualità del nostro schema di riferimento e dei processi trasformativi che attuiamo.
Tra notare e trasformare si dà una relazione di reciprocità, sia pure nell’ambito di una tensione dialettica. Ciò che cogliamo può essere trasformato, anzi deve esserlo, per divenire di fatto esperienza; così come la trasformazione che compiamo richiede, a sua volta, di essere attentamente notata per fornirci elementi di costante rielaborazione e crescente consapevolezza.
Dirigere
L’apprendimento che prende forma viene orientato; chi impara cerca di dirigere se stesso verso il contenuto dell’apprendimento, il mondo come conoscibile. Imparando dall’esperienza dirigiamo il nostro apprendimento anche verso gli altri, cercando di comunicare una direzione, seguendo un’idea che ci muove.
Il dirigere è, quindi, essenzialmente movimento verso l’esterno, orienta il soggetto al mondo, verso il quale, apprendendo, si rivolge.
Il dirigere è pero anche movimento di carattere autodirettivo, che orienta le energie del soggetto verso la propria realizzazione autonoma, in quanto essere capace di relazione e apprendimento.
La direzione non è contenuta nei fatti ma va ricercata e costruita originalmente dal soggetto che apprende. Tale ricerca procede in modo assai differenti: si prova, si tenta, si esita nell’incertezza e nel dubbio, si riprova.
Il dirigere è un movimento di ricerca, di scoperta, che ci permette l’accesso al territorio della possibilità, della generazione. Per questo ragione, esso risulta affine e connesso al movimento del generare.
Generare
E’ questo il movimento che permette all’esperienza di compiere la sua conversione in apprendimenti. Le comprensioni che emergono, i significati attribuiti, le conoscenze di sé sul mondo producono movimenti di generazione di qualcosa non conosciuto, non previsto, né prevedibile.
Le energie impiegate dal soggetto per comprendere , per entrare in contatto col mondo, generano nuovi comportamenti e creano le condizioni per ulteriori esperienze.
L’apprendimento dall’esperienza è, in tal senso, generativo e non ripetitivo, è attivo e creativo.
La generazione è apertura al possibile e all’inedito, sia pure suscitando in chi apprende timori, dubbi e resistenze.
L’incompiutezza è caratteristica peculiare dell’esperienza e dell’apprendimento che da essa proviene; quando un’esperienza termina, un’altra è già iniziata e il senso dell’esperire sta nel generare novità piuttosto che nel concludere.
Il movimento del generare non è però il movimento della dispersione.
Esso è movimento rivolto verso l’interno, all’interiorità del soggetto.
L’apprendimento dell’esperienza esprime , nel movimento generativo, la propria qualità poetica , di creazione di nuove forme, di combinazione originale tra elementi già noti; dalla generazione affiorano la sorpresa, lo stupore e la meraviglia per quanto fatto. Ogni apprendimento autentico che nasce da esperienze profonde sorprende e meraviglia, in primo luogo da chi lo vive personalmente, ma si rivolge, in tal senso anche agli altri.
Infine il movimento del generare pone le condizioni perché l’esperienza possa ulteriormente svilupparsi e continuare a formare. Generazione del nuovo e direzione rappresentano elementi che reciprocamente si richiamano ed esigono.
Con il dirigere cerchiamo, in certo senso, di controllare la situazione esterna e le nostre reazioni, con la generazione esprimiamo soggettività, cerchiamo di modificare la realtà, usciamo dalle regole del controllo.
Bibliografia: Piergiorgio Reggio "Il quarto sapere _ Guida all'apprendimento esperienziale" Carocci editore
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