Viviamo per mezzo della narrazione.
Il filosofo e scrittore Johann Wolfgang von Goethe, che dedicò la sua vita a svelare i misteri della luce e del colore, ci ha raccontato una storia su quale sia la cosa più importante nella vita:
“Cosa c’è di più stupendo dell’oro?”. “La luce” risponde il serpente. Il re allora gli domanda: “Che cosa c’è di più vivificante della luce?”.Il serpente risponde:”Il dialogo”.
Siamo l’unica fra le specie animali a narrare storie. Viviamo per mezzo della narrazione. Le narrazioni cambiano a ogni stadio della coscienza, ma ciò che rimane costante è il tema centrale della narrazione: comunichiamo l’uno con l’altro e ascoltiamo le storie che ci vengono raccontate perché cerchiamo la compagnia dell’altro e siamo predisposti all’intimità, all’affetto, alla relazione e alla socialità.
Lousi Dupré , docente di filosofia delle religioni alla Yale University, lo spiega con queste parole:
“il dialogo richiede che in qualche misura abbandoniamo le nostre posizioni per entrare in quelle dell’altro. Quanto più mi do all’altro, tanto meglio conosco me stesso tanto più acquisisco un’identità unica.”
Attraverso la conversazione creiamo relazioni, e queste relazioni definiscono le nostre particolari storie e identità individuali.
Presentare e drammatizzare gli eventi permette alla gente di fare un passo indietro e guardare all’esperienza nella sua interezza. Raccontare una storia richiede riflessione e in una certa misura una presa di distanza dall’immediatezza dell’evento. La distanza permette a chi racconta di individuare circostanze attenuanti e, perfino, di raccontare la storia da più punti di vista, riducendo il potenziale conflitto.
Raccontando di nuovo e dando una nuova forma alle storie della nostra vita, adattiamo continuamente la nostra identità per adeguarla a ogni passaggio dell’esistenza e ai diversi ambiti di relazione e di esperienza che li accompagnano. Ognuno di noi è un’antologia delle storie che raccontiamo e che gli altri raccontano su di noi. La narrazione è fondamentale per trasformare il disagio empatico in condivisione empatica.
La coscienza orale si fonda sull’udito, mentre quella scritta sulla vista. Basta solo questa differenza a spiegare il profondo cambiamento della coscienza umana che contraddistingue la transizione dalle culture orali a quelle scritte. L’udito è il più interiore dei sensi: se tatto, olfatto e gusto penetrano all’interno del corpo, l’udito è l’esperienza sensoriale più potentemente interiore, come sa chiunque abbia ascoltato della musica. L’ascolto è un’esperienza fortemente partecipativa e coinvolgente:ci si può immergere nel suono.
La vista, al confronto, è il meno intimo e il più astratto dei sensi. La vista isola e disseziona. Come osserva Walter Ong “l’ideale visivo è la nettezza dei contorni, la possibilità di scindere in componenti.
Quell’uditivo è al, contrario,armonia, unificazione.”
Le culture orali sono profondamente partecipative. Spesso gli individui che appartengono a culture altamente alfabettizate sono sorpresi, persino scioccati, dalla natura delle interazioni sociali quando visitano un paese la cui popolazione è prevalentemente analfabeta: nelle culture orali, le persone tendono a raggrupparsi per conversare e danno la sensazione di parlare tutte insieme, in quanto gruppo, con uno scarso senso dei confini personali. Nelle società alfabetizzate, una conversazione così diretta, ravvicinata può essere considerata una violazione dello spazio altrui.
La vista è invece un’esperienza individualizzante:puntiamo lo sguardo l’uno sull’altro. Attraverso la vista diventa immediatamente chiaro dove assa il confine che separa l’osservatore dall’osservato:la vista crea una predisposizione a pensare in termini di soggetto e oggetto. Se l’udito circonda, la vista estende:il primo porta a una coscienza avvolgente; la seconda a una coscienza esplorativa.
La scrittura introduce l’idea di privacy:nello scrivere una frase, l’individuo è solo con i propri pensieri. Anche se nelle prime culture scritte, le persone leggevano ad alta voce, alla fine la lettura è divenuta un’attività solitaria. Tuttavia, pur leggendo in solitudine, l’individuo continuava a parlare ad alta voce, consolidando il primato dell’udito sulla vista.
Se le lingue parlate sono composte mediamente da poche migliaia di parole, le lingue scritte ne hanno centinaia di migliaia. Questo significa che la lingua scritta mette a disposizione una varietà molto ampia di termini per descrivere ogni aspetto della realtà, quindi anche i sentimenti, le emozioni, le relazioni. La capacità di usare il linguaggio per descrivere i propri sentimenti, raccontare la propria storia e condividere le esperienze intensifica e approfondisce l’espressione dell’empatia. Quanto più sono dettagliati i significati delle parole che si possono usare per manifestare i propri sentimenti, tanto più si è in grado di comunicare il senso profondo della propria condizione e contare su una risposta emotiva altrettanto accurata.
L’incapacità di spiegare all’altro come ci si sente indebolisce l’impulso e la risposta empatica. Ecco perché la vicenda scritta della sofferenza di un altro, se sufficientemente articolata e narrata in modo avvincente, può stimolare una risposta empatica molto più forte, anche nel caso in cui la vicenda sia riferita a un personaggio di fantasia o una persona che non abbiamo mai incontrato, rispetto a un incontro con una persona in carne e ossa. Le culture orali si affidano a forme espressive stereotipate al fine di assicurare la memorizzazione. Le mnemotecniche e l’uso di espressioni convenzionali erano metodi fondamentali per conservare l’archivio della conoscenza collettiva. La lingua scritta invece permette alla comunicazione fra le persone di liberarsi dalla costrizione di formule convenzionali:ogni frase viene composta specificamente per comunicare la particolarità della situazione; la comunicazione è individualizzata.
L’alfabetizzazione insegna agli individui a considerare ogni frase – anche se espressa verbalmente – come un costrutto unico, formulato da un individuo unico, e adatto a descrivere una situazione unica. In altre parole, diversamente da quanto accade in una cultura orale in cui l’uso di frasi fatte costringe le persone a comunicare per clichè gneralizzati, le culture scritte incoraggiano l’individualizzazione del linguaggio sia nella scrittura sia nell’interazione sociale e, nel farlo promuovono la consapevolezza di sé. Dato che l’estensione empatica si approfondisce e si universalizza nella misura in cui la comunicazione fra le persone è individualizzata ed espressiva, la cultura scritta diventa uno spartiacque nell’evoluzione della sensibilità empatica.
L’idea di storia è un altro spartiacque fondamentale della coscienza umana. Diversamente dalla coscienza mitologica, in cui il passato non ha una dimensione cronologica,ma,piuttosto, ciclica, e in cui ogni vicenda è sempre nel presente e perpetuamente ripetibile, la coscienza storica introduce l’idea che ogni evento e ogni individuo fanno storia a sé: una storia unica, finita e irripetibile. La capacità di afferrare il concetto di unicità della storia personale, con un passato, un presente e un futuro, è uno dei segni distintivi dello sviluppo di una coscienza di sé. Il sé e la storia personale vanno a braccetto: non possono esistere senza l’altro.
Il balzo in avanti verso la coscienza storica e la storia personale accelera l’impulso empatico. La transizione al disagio empatico all’espressione empatica richiede la consapevolezza della propria unica e finita esistenza. E’ proprio il riconoscere la fragilità della nostra vita, nell’esistenza di un altro, che ci fa accorrere in suo aiuto. Quando condividiamo una storia con un altro essere umano, accresciamo la nostra consapevolezza della sua lotta per la vita e riusciamo a percepirla come qualcosa che dobbiamo condurre insieme.
Fonte: Jeremy Rifkin "La civiltà dell'empatia" Arnoldo Mondadori Editore
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